Un dolce risveglio

•agosto 7, 2014 • Lascia un commento

Sennes – Braies – Fanes, 2014.

Che risveglio quel giorno,
Sono le 5:00 di una domenica di Luglio, i segni sul mio volto sono testimoni di una notte passata all’interno di una tenda fredda e poco accogliente,  l’aria è resa pungente da una brezza leggera che sbuffa di tanto in tanto, l’umidità delicatamente satura l’ambiente ed il corpo, il silenzio è sovrano,  tutto è  sospeso tra immaginazione e realtà.
Essere li ad aspettare che lo spettacolo abbia inizio non ha prezzo, quell’attesa,  quelle speranze, ma soprattutto quell’armonia ritrovata durante una sessione fotografica, saranno sempre ricordi splendidi incisi nella mia memoria…

…Ore 5:40, l’oscurità cede il posto alla luce, un’altra emozione prende vita.

Un dolce risveglio

 

Nikon d800, nikon 24-70 f/2.8, polarizzatore e filro Lee 0.6 soft

 

Intimità di un faggio ( Luglio 2014 )

•luglio 31, 2014 • Lascia un commento

Un giretto nel cuore dell’appennino tosco emiliano.

In questi giorni camminare all’interno delle faggete, grazie alle incessanti piogge, è una gioia, una vera goduria olfattiva e visiva, il bosco è impregnato di odori, funghi, fioriture tardive, ed altro ancora.
Presenze evanescenti , come il passaggio di un gruppo di cinghiali che con il loro caratteristico odore selvatico hanno saturato tutta quella parte di bosco arata dal loro grifo ( sommità del muso ), segno caratteristico di quella ricerca incessante di tuberi ed agli che il sottosuolo ogni giorno gli dona.
La cosa più incredibile  però è il muschio, di un colore intenso che dipinge con il suo verde tutto il bosco.
Non è stato difficile entrare in sintonia con questo spettacolo naturale, tutto il silenzio attorno a me era contemplativo, bisognava solo aspettare l’idea o l’ispirazione giusta. Questa foto è nata così!
L’intimità di un faggio, questo è quello che mi sono sentito di fotografare quel giorno.
Il polarazzatore mi ha aiutato ad accentuare quel verde intenso, infatti in post produzione non ho dovuto saturare e con l’utilizzo di un obiettivo di qualità come l’85 pc-e Nikon, mi ha permesso di non abusare della nitidezza ( che lente! )
Buona gironata

intimità di un faggio

 

Lettera di un amico naturalista

•luglio 26, 2014 • 3 commenti

Ciao Stefano, ciao Giovanni,
la vicenda dei geotritoni lasciati morire soffocati mi ha decisamente toccato.

Ne parlo con voi perché lo abbiamo saputo assieme, ma è come se ne parlassi con tutti coloro che condividono la vostra passione, la fotografia (di cui io so ben poco), in particolare la fotografia naturalistica.

Insomma, apprendere da una fonte locale piuttosto affidabile che, dopo essersi divertiti, degli sconsiderati che si spacciavano per “studiosi” abbiano dimenticato un paio di geotritoni appenninici in altrettanti sacchettini di plastica chiusi, lasciandoli morire soffocati, mi ha decisamente turbato e mi fatto pensare a questa nuova “fotografia naturalistica”.
Anche perché recentemente ne avevo sapute di cose, non solo a proposito di piccoli, delicati anfibi manipolati per ore e ore senza alcuna precauzione…
Di un folle idiota che pur di riuscire a fare lo scatto che sognava, ha tagliato gli alberi che rovinavano l’inquadratura su un nido d’aquila reale, ottenendo come risultato l’abbandono del nido e la morte dei pulli. Per fortuna ora sta rispondendo penalmente di quanto ha fatto.
Mammiferi elusivi pasturati e ingozzati ogni giorno con mortadella, frutta secca e quant’altro, per mesi, pur di abituarli a stare in un luogo e alla presenza umana, in modo da guadagnare qualche soldo con le processioni di fotografi che pur di immortalare quell’animale non badano a spese. Nessuno però si preoccupa dell’impatto sulla loro salute.
Fotografi “erpetologi” che girano regolarmente con il frigo portatile per immortalare biacchi e saettoni in pose in cui nemmeno la più docile delle natrici starebbe per più di un secondo.
Sconsiderati che quasi murano un sito di riproduzione di pipistrelli, pur di farli passare da un pertugio e ottenere lo scatto sognato. Sito di riproduzione o meno, personalmente ritengo una simile attività troppo stressante sulla colonia.
Torme di persone che, nella più completa e ingiustificata ignoranza, un giorno scattano foto in una paludaccia inquinata di pianura, mentre il giorno dopo se ne vanno a far foto in uno degli ultimi siti in cui gli anfibi vivono indisturbati: non prendono nessuna precauzione, usano addirittura le stesse scarpe senza neanche sciacquarle, così inconsapevolmente portano il Chitridio, il fungo assassino che sta mietendo milioni e milioni di vittime tra gli anfibi di tutto il mondo, laddove non era ancora arrivato. E gli anfibi muiono.
Potrei continuare…

Processioni e ignoranza. Spero di sbagliarmi.
Anch’io parlo da ignorante, nei confronti della vostra passione, e qualcuno potrebbe dire “chi è senza peccato scagli la prima pietra”… Io rettili, anfibi e altri animali li ho anche mangiati, nei miei tanti viaggi.
Non voglio puntare il dito contro nessuno, anzi sarei felicissimo se mi smentiste e fugaste questi miei timori.

Ho sempre idealizzato il fotografo naturalista come una persona letteralmente immersa nella natura, che spende giorni, mesi, anni per studiare gli animali che vuol fotografare, arrivando a conoscerne a menadito le abitudini, tanto che la passione spesso diventa impegno, un impegno fatto anche di battaglie per la loro salvaguardia.

Adesso invece inizio ad associare la fotografia naturalistica a un album di figurine, dove la massima aspirazione è poter attaccare il calciatore (pardon, l’animale) che tutti hanno: viene pubblicata una foto in internet (maledetti social) e tutti devono fare quella foto, magari meglio degli altri, non importa a quale prezzo e con quale impatto sull’animale e sull’ambiente. Tutti la DEVONO fare, quindi arrivano processioni di persone nello stesso posto, delle quali ben poche si sono premunite d’informarsi anche minimamente su come non fare danni.
L’importante è la figurina.
Sta nascendo addirittura un business su ciò, con guide che dietro lauto compenso (tanto per una figurina non si bada a spese) portano a fare lo scatto sull’animale voluto. Così ci sono fotografi che una domenica fotografano il lupo, la domenica dopo l’aquila reale, la domenica successiva l’orso e l’ululone appenninico…
Il problema è che alcune di queste “guide” non sanno nemmeno quel che stanno facendo.

Ma che gusto c’è in tutto ciò? Dov’è la soddisfazione? Spero di sbagliarmi…
Ripeto, parlo da ignorante, non so quasi nulla di fotografia e parlo per sensazioni.

Per favore, ragazzi, smentitemi.

 
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